Workshop 21 settembre: “Che cos’è un DES?”

Workshop 21 settembre: “Che cos’è un DES?”
settembre 26, 2018 admin

Primo Workshop: 

“Che cos’è un DES?”

 

 

Venerdì 21 settembre 2018 – Sala Belli Palazzo delle Provincia


Un 21 settembre dal carattere decisamente estivo apre il ciclo di workshop del percorso “DEStinazione Economia Solidale” promosso dal Tavolo dell’Economia Solidale in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e con il supporto organizzativo di Consolida.

A questo primo appuntamento partecipano 35 iscritti provenienti dal mondo della cooperazione sociale, delle imprese agricole, della ricerca e della pubblica amministrazione, con riferimento in particolare ai Comuni, alle politiche sociali e all’Agenzia del Lavoro.

Alle 9.15 gli onori di casa vengono fatti da Luciano Galetti – Responsabile dell’Ufficio risorse Unione Europea e sviluppo del lavoro, della Provincia autonoma di Trento.

Galetti ribadisce come per la pubblica amministrazione quella dell’economia solidale sia un’esperienza matura che possa mirare alla costruzione di reti e distretti significativi tanto per gli attori che vi possono operare quanto per la comunità. Un’esperienza che necessita però di essere implementata in tre direttrici: consapevolezza, promozione e partecipazione.

Manuela Gualdi della segreteria del Tavolo dell’Economia Solidale presenta poi ai partecipanti il mondo dell’ES definita dalla Legge Provinciale 13/2010 per sostenere e valorizzare la creazione di un sistema di soggetti che operano secondo i principi di trasparenza, ecocompatibilità, equità, solidarietà, buona occupazione, partecipazione e consapevolezza. L’ES trentina rappresenta un tessuto economico con: 13 settori, 98 aderenti, 1500 dipendenti per 99 milioni di fatturato.

La prima parte di questo workshop condotto da Monica Margoni è stata dedicata alla presentazione dei 4 relatori coinvolti.

 

Il tavolo di lavoro con Roberto Li Calzi

Apre, non fosse altro per ringraziarlo per il lungo viaggio, ROBERTO LI CALZI in rappresentanza del Consorzio Le galline Felici di Catania che unisce 30 aziende agricole, 4 cooperative sociali, 30 dipendenti, 150 famiglie che vivono di questa attività.

“Assieme e intimamente sono le due parole chiave del Consorzio: eravamo agricoltori dispersi e annichiliti dal mercato che ASSIEME hanno affermato un diverso modo di essere agricoltori e Siciliani, propositivi, fantasiosi e lungimiranti. ASSIEME ad altre aziende e persone abbiamo costituito l’associazione Siqillyàh, per diffondere la cultura dell’Economia Solidale in Sicilia e ASSIEME ad altre abbiamo condotto lo stesso processo nel sud Italia, nella rete RESSUD. ASSIEME a molti esponenti dei GAS (Gruppi d’Acquisto Solidali) abbiamo condotto numerose iniziative nelle piazze di tutta l’Italia, i famosi “Sbarchi In Piazza”. L’altra parola chiave è INTIMAMENTE: i nostri destini sono legati INTIMAMENTE e non si salva nessuno se non ci salviamo tutti. E quindi, uniti intimamente da un profondo legame e da un comune desiderio di essere attori di un cambiamento necessario, piuttosto che spettatori dei giochi che fanno altri sulla nostra pelle, assieme a tanti “compagni di strada”, italiani ed Europei, abbiamo costituito la Comunità Internazionale Le Galline Felici, che progetta e realizza numerose azioni innovative.

Abbiamo all’attivo un progetto di accoglienza di rifugiati politici che raggruppa persone provenienti da 7 paesi. Con loro, che sono l’esempio meraviglioso della biodiversità umana, stiamo cercando di salvaguardare anche la biodiversità della nostra terra. Stiamo mettendo insieme energia, fatica, sudore e polvere. Credo che questa sia una esperienza molto costruttiva per tutti noi perché, nonostante le inevitabili tensioni, siamo determinati a mettere al centro questa unità.

Da questa esperienza emerge la prima domanda: quali elementi devono caratterizzare un DES?

La mia risposta è semplice: determinazione, passione fiducia. Senza fiducia reciproca tutte le iniziative anche quelle meglio strutturate rischiano di fallire. Un’altra parole chiave per lo sviluppo di un DES è concorrenza: nel senso però di con-correre. Di correre insieme. Sembrerà paradossale, ma è fondamentale far crescere e crescere anche insieme ai propri concorrenti per poi proporre loro strategie di network più forti e solide. Da noi in agricoltura la disperazione e l’abbandono sono pesanti. Se i costi di produzione sono più alti dei profitti è logico che molli. Il processo che il nostro consorzio sta riuscendo a portare avanti è passare dalla disperazione all’investimento accogliendo ogni anno 1-2 nuovi produttori.

Abbiamo accolto fin dall’inizio i nostri clienti (noi vendiamo esclusivamente a GAS). Ci rifiutiamo di vendere alle catene e in pochi casi al massimo vendiamo alle piccole catene. Assieme a 12 associazioni francesi abbiamo piantato 4 ettari di avocado in Sicilia. Non nelle nostre aziende, ma in 4/5 aziende di giovani che grazie a questo impegno di GAS del nord Europa si stanno costruendo un futuro.

Un altro aspetto fondamentale è legato alla governance e alla capacità di condividere informazioni. Abbiamo un cda che si riunisce ogni settimana (da 12 anni abbiamo all’attivo 600 cda!). Fin dall’inizio abbiamo stabilito che ci sia un’intensa rotazione. Le riunioni del cda sono aperte a tutti i soci, dipendenti e clienti. Le aziende prima di diventare socie devono fare i soci in prova partecipando al cda (noi delle galline felici lo chiamiamo “pulcinato”).

 

Il tavolo di lavoro con Armin Bernhard

Viaggiando idealmente da sud a nord, segue la presentazione della Cooperativa di Comunità della Val Venosta da parte di ARMIN BERNHARD.

“La nostra cooperativa di comunità è nata a Malles, alta Val Venosta, partendo dall’esigenza iniziale di ripensare un territorio segnato dalla coltivazione intensiva di mele e dall’uso conseguente di pesticidi.

La visione e l’idea di quella che poi è diventata la Cooperativa di Comunità è nata da un gruppo di 7 persone che ha inizialmente fondato un’associazione per mettere in discussione questo modello agro-economico e paesaggistico.

Da qui è nato poi gruppo che ha proposto un referendum contro in pesticidi e nel quale il 75% della popolazione nel comune di Malles ha votato a favore. Tutte azioni che in fondo però volevano esprimere il bisogno di ragionare sul futuro del territorio: in un mondo tutto uguale cosa ci differenzia? Noi volevamo vivere la differenza.

La discussione sull’utilizzo intensivo di pesticidi è stato dunque il campo di gioco iniziale. Ma noi non volevamo solo giocare: volevamo proprio cambiare le regole del gioco. La battaglia era pratica e su un tema specifico, ma le domande che ci ponevamo erano culturali e filosofiche: quale economia vogliamo; in che posto vogliamo vivere; quale futuro per i giovani; quale modello turistico immaginiamo fra 20 anni? Abbiamo perciò iniziato a lavorare sulla cultura. O meglio, la nostra idea di distretto è partita da una base e da un impulso culturale: fare un festival con altre realtà per pensare e immaginare un futuro differente per la Val Venosta. Dall’impulso culturale si sono poi sviluppate una serie di attività pratiche ed economiche che abbiamo poi deciso di gestire attraverso una Cooperativa di Comunità:

  • Vendiamo prodotti agricoli della nostra rete.
  • Gestiamo Mercati (che da un punto di vista sociale sono un punto di incontro, ma anche di informazione e di formazione);
  • Gestiamo progetti per i COMUNI (per conto del Comune di Malles stiamo gestendo la progettazione di una valle bio);
  • Stiamo organizzando un convegno sullo sviluppo sostenibile con visite studio, concerti, incontri con esperti;
  • Collaboriamo con l’Univeristà di Bolzano e Innsbruck perché senza un approccio e un’attestazione accademica/scientifica non si ha la credibilità sufficiente per essere considerati validi interlocutori,
  • Stiamo pensando a una moneta locale per valorizzare il territorio e i suoi prodotti”.

 

Il tavolo di lavoro con Mario Simoni

Ad Armin, rimanendo nel settore delle esperienze di distretti solidali espressi dal mondo agricolo, segue la presentazione della Filiera del pane trentino a cura di MARIO SIMONI.

“ll progetto Filiera corta del pane trentino nasce dall’idea di ricreare una filiera del pane in una provincia, quella di Trento, in cui negli ultimi cinquant’anni la coltura cerealicola è praticamente scomparsa a vantaggio della monocoltura del melo e della vite.

Il progetto nasce dall’incontro di soggetti diversi: la Comunità della Valle dei Laghi, i tecnici della Fondazione Mach e alcuni GAS locali. Dal confronto nasce l’idea di riattivare nella Valle dei Laghi la coltivazione dei cereali, mettendo a coltura terreni in quel momento incolti con il metodo biologico. Nel corso del 2011 sono stati quindi messi a coltura i primi “campetti” di alcuni agricoltori locali che, contattati dai tecnici, decidono di partecipare al progetto.

Il primo obiettivo è stato quello di individuare dei consumatori che condividessero le finalità del progetto (promozione del biologico, sovranità alimentare, biodiversità agricola, filiera corta, …) e che per questo fossero disposti a riconoscere un “surplus” nel prezzo di acquisto. Vengono così coinvolti alcuni GAS Trentini. A questi gas, e a un panificatore locale (Tecchiolli), si propone di acquistare l’intera farina prodotta, ragionando e fissando assieme un prezzo che assicuri la giusta remunerazione del prodotto all’agricoltore. Il progetto “cattura” l’interesse dei gasisti che accettano di cimentarsi nell’impresa. Nel frattempo vengono coinvolti altri contadini, anche al di fuori dei confini della Comunità della Valle dei Laghi: per la semina dell’autunno 2012 il loro numero è salito a 12 per complessivi 3,3 ettari coltivati, principalmente a frumento ma anche a farro e segala.

Emergono una serie di riflessioni, su cui il gruppo si interroga:

  • poca esperienza in Trentino nella coltivazione del frumento: non si ha un’idea precisa della produzione che si otterrà sia da un punto quantitativo che qualitativo;
  • la definizione dei vari processi, soprattutto quello del raccolto, della conservazione e della molitura: innanzitutto dove macinare, in Trentino non ci sono mulini atti allo scopo;
  • i costi di produzione e quindi il prezzo che i contadini praticheranno ai gas: nel prezzo finale un peso significativo assume la quantità, difficile da stimare, e la lontananza dei mulini.

Nonostante le problematiche, nel luglio 2013 i cerali sono raccolti e poi conservati e portati a macinare in Alto Adige, a eccezione del farro che prima della molitura richiede le decorticazione che è stata eseguita in diverse località (Appennino Bolognese, Toscana, Prato allo Stelvio). A settembre parte dunque la raccolta ordini tra i gas che si attesta a quasi 30 quintali, vedendo la partecipazione di ben 20 gas. Rispetto alle stime iniziali la quantità prodotta è ampiamente inferiore. La minor resa produttiva per ettaro, la sottostima dei costi di trasformazione e costi non preventivati fanno aumentare il costo finale del prodotto rispetto alle stime iniziale. Nel 2013 il panificio Tecchiolli decide di acquistare un piccolo mulino a pietra da utilizzare per la macinatura dei chicchi del progetto. Sempre nel corso dell’anno due produttori della Valle dei Laghi acquistano una mietitrebbia usata di dimensioni contenute in grado di “lavorare” nei piccoli appezzamenti dei produttori locali. Nel 2014 Il numero dei produttori sale a 30, per la maggior parte provenienti dalla Valle dei Laghi ma con un nucleo sempre maggiore anche nel Bleggio. Anche il numero dei gas incrementa e arriva a 21. La produzione comincia a essere molto positiva, arrivando complessivamente a oltre 350 q. In accordo con il panificio Tecchiolli si decide che la produzione del Bleggio sarebbe stata a disposizione dei gasisti, mentre quella della Valle dei Laghi sarebbe stata utilizzata dallo stesso panificio. Il progetto a settembre 2017 è stato premiato come “miglior messaggio di cultura del pane delle Alpi” tra una decina di altri progetti trentini all’interno del concorso “Cultura del Pane delle Alpi” promosso da Alpi Bio”.

 

Il tavolo di lavoro con Giusi Valenti e Ambrogio Monetti

A rimarcare la necessità di far dialogare mondi e substrati diversi nella creazione di possibili futuri DES l’ultima presentazione sposta il baricentro verso un’esperienza condotta dalle cooperative sociali. Il progetto DES Carcere viene illustrato da GIUSI VALENTI (Consolida) E AMBROGIO MONETTI (Kinè) per il DES CARCERE

“Dopo aver collaborato a partire dal 2000 con la Casa Circondariale di Trento per iniziative di tipo formativo e di socializzazione al lavoro, nel 2011 Consolida ha stipulato l’accordo volontario con la Direzione della Casa Circondariale e la Provincia autonoma di Trento (PAT) dando vita ad un Distretto dell’Economia Solidale finalizzato alla creazione di opportunità di inserimento lavorativo dei detenuti. Dopo la sperimentazione dei progetti pilota, sono oggi attive diverse attività produttive realizzate con il coinvolgimento delle cooperative sociali: la lavanderia interna, la digitalizzazione di archivi della pubblica amministrazione, la produzione e l’imbottigliamento di detersivi, l’agricoltura sociale.

Le cooperative sociali coinvolte nel progetto sono Kaleidoscopio, Chindet, Kinè, La Sfera e Venature che con il proprio servizio di lavanderia industriale, è impegnata anche nel primo esempio di inserimento lavorativo nella sezione femminile del carcere trentino. Le cooperative in questi anni hanno dato opportunità di formazione e inserimento lavorativo  a 1250 persone con tempi di attesa più bassi della media degli altri istituti carcerari. Questo è stato possibile grazie alla grande collaborazione che c’è all’interno del carcere con la direzione, gli educatori e la polizia penitenziaria e tutti gli altri soggetti impegnati all’interno (dalle istituzioni alle scuole, alle associazioni). L’impatto di un DES di questo tipo è misurato ancora con indicatori tradizionali (occupabilità e fatturato). Ma serve uno sguardo più ampio e lungimirante.

La riflessione che vogliamo lanciare sul nostro tavolo è sul rapporto fra pubblico e privato. Pensiamo che un tema centrale sia quello legato al fatto che gli ambiti di intervento delle cooperative sociali non sono più qualcosa che riguarda solo le politiche sociali, ma anche le politiche del lavoro e più nel complessivo quelle di welfare.  La domanda è: possiamo dunque confrontarci con il pubblico per costruire un rapporto diverso fra privato e pubblico? Un rapporto che non sia più solo inquadrato nelle politiche sociali ma coinvolga la pubblica amministrazione in un senso più ampio e profondo, radicale se vogliamo? (Gli strumenti normativi ci sono già tutti per poterlo fare: dalla Costituzione italiana, alla legge 381, alla riforma del terzo settore):

Per quanto riguarda il DES Carcere crediamo ci siano ulteriori potenzialità di miglioramento: oggi occorre dare continuità ai percorsi che si fanno dentro al carcere, fare da ponte tra carcere e territorio tutto questo in ottica di sostenibilità complessiva. Oggi le scelte devianti non sono più legate all’aver scelto di essere delinquenti, ma sono conseguenza di condizioni di fragilità. Ci sono stranieri senza fissa dimora, persone con fragilità cognitiva o sociale, e così via. Per questo dovremmo parlare di “detenzione sociale”: il carcere rappresenta spesso per queste persone il primo luogo in cui incontrano scuola, sanità, welfare. Come se il carcere sopperisse a una mancanza precedente. Per questo si deve intervenire non pensando al carcere come a un microcosmo isolato ma creando ponti con il territorio attraverso azioni di sistema (pubblico – privato sociale – imprese – scuole – associazioni) che permettano di ricorrere più di quanto accade oggi a misure alternative alla detenzione in carcere”.

 

Il tavolo di lavoro con Paolo Cacciari

PAOLO CACCIARI – giornalista scrittore e esperto di economia solidale, chiude questa prima fase del workshop cercando di delineare il quadro culturale in cui sono nati e si muovono in Italia i Distretti di Economia Solidale.

“I Distretti di economia solidale prendono corpo nel 2001 con la carta dei principi dell’Economia solidale Trentina. Nel 2002 nasce la Rete dell’economia solidale in Italia. Il concetto di distretto in Italia ha una storia antica se si pensa alla Terza Italia. I distretti negli anni ’80 e 90 hanno avuto un grosso peso in Italia nell’idea di sviluppo postfordista. E hanno sviluppato quelle strutture territoriali e produttive che fino alla crisi economica del 2008 hanno salvato il tessuto produttivo e manufatturiero italiano. Il concetto di distretto economico integrato studia il rapporto fra economia spazio territoriale e società e legge il territorio come supporto di un ecosistema vivente, come patrimonio storico culturale, di vocazione territoriale.

Il padre di questo pensiero distrettualista è certamente Olivetti: la fabbrica-comunità, la fabbrica bene-comune i suoi concetti totem. Ma questo pensiero viene anche dagli importanti contributi accademici e intellettuali di personalità quali Bagnasco, Rullani e Beccatini. In questi anni si inventa il concetto di capitale sociale. Cioè tra i fattori di produzione (lavoro e materie prime) si inseriscono anche i beni relazioni. Si riconosce, in particolare con Beccatini, l’importanza delle relazioni (il felice congiungimento di un assetto produttivo col patrimonio storico culturale e valoriale di un territorio). Nel 2002 la Rete di Economia Solidale mutua questo assetto aggiungendo la specificazione di solidale. Ma i prerequisiti del distretto sono gli stessi: un distretto presuppone una pluralità di soggetti che cooperano in un determinato territorio che esprime una certa densità patrimoniale e valoriale. Non è solo una filiera, un consorzio o una rete. E’ qualcosa che mescola competenze, valori e relazioni. E’ una comunità di saperi autogestita, comunità di pratica, laboratori di esperienza civica etc che ruotano intorno a una specializzazione industriale.

All’interno del nostro mondo la differenza è che parliamo di “gruppi eticamente orientati”. Più che le definizioni vi invito a vedere gli scopi, le finalità. Le motivazioni. Sono quelle che sono fondamentali. Uno scopo può essere infatti difensivo: fare squadra per creare o difendere una nicchia di mercato. Oppure vi può essere un orientamento che mi piace di più che è più strategico. E cioè, il vostro è un campo trans-settoriale e questo incrocio può rompere gli steccati fra l’economico e il sociale. È chiaro che il benessere collettivo in una società ce l’hai nel caso in cui integri le finalità. Ecco allora che da uno scopo difensivo possiamo passare a uno scopo generativo/strategico.

La finalità in un distretto evoluto è quella di costruire comunità, il welfare generativo oggi è più forte e muove più energie di quello difensivo. L’ultima legge sull’economia solidale del Friuli parla di creazione di comunità come finalità ultima. Economia solidale come processo trasformativo dell’intero assetto economico di una società/comunità. I valori dell’Economia Solidale sono valori universali che dovrebbero valere in tutti i rapporti. Noi fertilizziamo la società. I processi di sviluppo locale. Un DES può creare cittadinanza competente. Può favorire la negoziazione delle risorse collettive, può favorire nuovi patti tra produttori e fruitori dei beni, può creare dei progetti di economia trasformativa. Questo è lo scopo dei distretti solidali: favorire la creazione di comunità, di aggregazioni, che si interrogano sui propri bisogni e sul come rispondervi in modo sostenibile, equo, in un modo eticamente orientato. Un DES può creare e sviluppare la coscienza di luogo (si pensi al tema della sovranità alimentare, della gestione dei beni comuni).

Siamo di fronte a un Neo-municipalismo, supportato anche dalle teorie dello sviluppo locale dell’autogoverno e dell’autosostenibile, siamo di fronte a una forte spinta per la creazione di comunità che sanno trovare sistemi di autogoverno: e questo ha anche fortissime implicazioni politiche. Lì sta il senso e la definizione di un DES”.

 

 

Finita la sessione frontale, alle Ore 10.30 Monica Margoni dà il via al primo giro di tavoli. Ci si divide per interesse provando a ragionare su alcune domande precise.

 

Tavolo 1 – Significato dei DES con Paolo Cacciari

Primo step: la situazione di partenza

Dopo la panoramica sulla storia e il significato dei Des, fatta da Paolo Cacciari all’inizio della giornata, si entra nel vivo del dialogo con un gruppo di partecipanti che hanno scelto questo tavolo. La domanda che sorge spontanea è se un Des debba darsi dei valori, se sia necessario un riconoscimento pubblico con sostegno economico, nel rispetto di criteri di sostenibilità ed equità. Si riflette su questi punti:

  • un territorio può far incontrare consumatori e produttori;
  • potenziare la soggettività individuale (va accresciuto l’interesse anche della società) ma anche le politiche pubbliche economiche (attenzione al territorio, riconoscere i progetti);
  • creare partnership trasversali: pubblico-privato, cooperative sociali, dove la forma giuridica è scelta autonomamente;
  • fare rete attraverso filiere, consorzi, fondazioni culturali o fondazioni di comunità come aggregazione di imprese di attività e patrimoni (lasciti territoriali da gestire), progetti interdisciplinari nell’ottica del bene comune.

Suscita molto interesse l’argomento della “sussidiarietà” e ci si chiede quale ruolo debbano assumere l’iniziativa privata e l’ente pubblico. Il pubblico come creatore di cambiamento con il supporto finanziario, mettendo a disposizione dei mezzi e attraverso la facilitazione? Assumendo quindi un ruolo di corresponsabilità.

Secondo step: aspetti critici

Le criticità, che emergono nel corso della conversazione, sono:

  • la comunicazione interna ed esterna di un Des
  • una nuova governance: cda aperti?
  • coinvolgere attivamente la comunità nel progetto di un Des
  • scala sulla propria dimensione territoriale
  • serve integrazione sul piano legislativo (attualmente ci sono due leggi separate sui Des)
  • trovare le modalità per curare e gestire le relazioni
  • trovare le modalità per appalti facilitati (punteggi superiori nelle gare d’appalto)
  • necessità di commesse (curare l’aspetto commerciale)
  • il finanziamento: se una realtà vuole finanziarne un’altra deve rientrare nella compagine societaria, partecipare alla sua gestione

E proprio in riferimento al tema del marchio e della qualità, i partecipanti si confrontano anche sulla nuova frontiera della certificazione partecipata. Anche il tema del biologico torna alla ribalta e ci si chiede quali opportunità ci sono per chi vuole acquistare di più questo tipo di prodotti in un trend nazionale di contenimento dei consumi.

Terzo step: quale futuro e prospettive?

  • Essere competitivi: avere un’offerta di qualità a un buon prezzo e non pensare di stare nel mercato solo perché si è “buoni”;
  • Fare insieme rispettando le esigenze dei singoli;
  • Chiarezza tra linguaggi e obiettivi;
  • Presidiare i processi: facilitarli, monitorarli, analizzarli, dirigerli, sintetizzarli, esserci per facilitare la rete che da sola non avanza e non ha consapevolezza di sé;
  • Buone pratiche di economia rigenerativa: l’economia solidale può essere l’humus che fertilizza il territorio con i microorganismi che sono i principi: partecipazione, solidarietà, trasparenza, buona occupazione, equità, ecocompatibilità, consapevolezza del limite umano e naturale.

 

TAVOLO 2 – LE GALLINE FELICI

Primo step: le origini

Il consorzio le Galline Felici nasce nel 2008 dalla spinta degli agricoltori siciliani di “non voler morire” e soccombere di fronte al mercato che non pagava sufficientemente per il  loro lavoro e così la fitta rete creatasi con GAS italiani, belga, austriaci e francesi ha costituito una nuova ricetta per:

  • continuare a vivere della terra
  • creare una quarantina di nuovi posti di lavoro
  • superare la tendenza all’individualismo e la resistenza ad aggregarsi
  • permeare il territorio di dinamiche cooperative ed “idealità del noi”

Il consorzio viene descritto da Roberto Li Calzi anche come un soggetto politico con il dovere di estendere alla società i vantaggi che crea, soprattutto grazie al principio del con-correre, ossia del correre insieme incentivando la concorrenza per trarre tutti maggiori vantaggi (anche economici). Ci si domanda quanto abbia contato il finanziamento pubblico nello sviluppo del consorzio e con sorpresa si scopre che non è stato ricevuto finanziamento alcuno. La conversazione diventa concitata sulla riflessione di come nella realtà trentina molto spesso la possibilità di finanziamento è la condizione sine qua non per iniziare una progettualità. Successivamente si osserva come il rischio d’impresa possa essere condiviso come è accaduto al consorzio in occasione dell’avvio di una piantagione di avocados grazie al finanziamento anticipato da parte di alcuni GAS esteri.

Secondo step: aspetti critici

Le criticità, che emergono con difficoltà dopo diversi minuti di conversazione e domande, sono:

  • il rinnovo del volto pubblico del consorzio, finora legato alla figura di Roberto
  • una crisi generale dei GAS italiani
  • il legame con i GAS d’oltralpe, quindi non km0
  • la complessità delle dinamiche d’inclusione in una coltivazione ortiva condivisa (con richiedenti asilo ed “immigrati dal nord”)

Non si riesce a scendere in profondità nell’analisi delle problematiche per mancanza di tempo. Rimane sospesa la domanda e considerazione che un distretto di economia solidale dovrebbe avere il fine di essere legato quanto più possibile al territorio limitrofo.

Terzo step: quale futuro e prospettive?  

  • trasformazione graduale del tessuto sociale attraverso progetti d’inclusione sociale
  • messa in circolo di valori quali: fiducia, integrità, democrazia
  • continuare ad aumentare la domanda di prodotti del consorzio, aumentando parallelamente la con-correnza
  • incentivare l’autoimprenditorialità collettiva attraverso la condivisione di proprietà e responsabilità degli appezzamenti

 

TAVOLO 3 – DES CARCERE

Primo step: le origini

Des carcere, nasce da un bisogno da parte della casa circondariale di attivare degli spazi laboratoriali. Il cambiamento di sede è l’occasione per riflettere sul come rispondere a questo tipo di bisogno che da alcune cooperative viene colta come un’opportunità per:

  • Partecipare a un contesto complesso e articolato come quello della casa circondariale.
  • Dare il proprio apporto per quanto riguarda il supporto e la crescita delle persone inserite nel progetto.
  • Fornire un’opportunità di cambiamento e potenziare le possibilità di non reiterazione.

Pur condividendo il senso e il valore i quanto sopra il tavolo di questo primo giro si domanda se il nome Des sia appropriato per questo tipo di progettualità. Si risponde prendendo in esame alcune variabili che caratterizzano un DES:

  • E’ stata sviluppata una filiera per rispondere a un obiettivo comune: dare ai carcerati la possibilità di mantenere e sviluppare competenze lavorative spendibili anche nel mondo esterno.
  • I partecipanti alla filiera condividono non solo la progettualità ma anche la necessità di scambiare competenze
  • E’ stato attivato un dialogo fra due territori diversi: la casa circondariale e la città; la finalità è rispondere a un obiettivo di carattere economico/sociale cioè la non reiterazione.
  • In definitiva il des ha messo in atto soprattutto una filiera educativa, sociale.

Si evidenzia che la parola Des è affiancata da quella di carcere. La sottolineatura mette in luce l’originalità della proposta rispetto alla costituzione di un distretto di carattere economico. La sostenibilità sociale e economica è data dall’unione di più enti.

Step 2

Riguardo gli aspetti critici emerge la fatica di non aver ancora attivato una co-programmazione periodica in cui tutte le parti si incontrano, si confrontano e definiscono un planning di lavoro. Ci si chiede quale sia il ruolo dell’ente pubblico in questa progettazione: infatti, una volta risposto al problema di creare nella casa circondariale un contesto che occupi le persone, non è stata dedicata uguale energia all’ambito di socializzazione e educativo (ruolo in cui le cooperative presenti sono impegnate).

La produzione impostata non è ancora green oriented. Da questo punto di vista mancano momenti di valutazione condivisa in cui dialogare e decidere innovazioni. Sono azioni che andrebbero sostenute dal pubblico?

Step3: quale futuro?

  • Impegnarsi per raggiungere l’obiettivo di creare dialogo e governance
  • Sfida interna delle cooperative: muoversi insieme e definire le azioni
  • Imparare a vendere il prodotto e soprattutto il senso del Des Carcere

 

TAVOLO 4 – DES VAL VENOSTA

Primo step: le origini

L’esperienza della Cooperativa di Comunità della Val Venosta ha interessato molto i partecipanti, che l’hanno percepita come molto nuova, non sovrapponibile ad altre loro iniziative, anche se non integrabile in un’idea di DES.

Il contesto è quello della Val Venosta, a Malles vivono circa 5000 abitanti, e solo il 10% dell’economia è legata all’agricoltura. All’inizio alcuni amici preoccupati dal cambiamento climatico che modifica le possibilità agricole della zona e permette la coltivazione intensiva di mele hanno avviato una riflessione sul tema del paesaggio; sia con un approccio conservativo che verso uno sviluppo locale. Il ragionamento ha riguardato i confini (dove arriva il mio sguardo, dove arrivo in bicicletta in un giorno, fin dove conta quello che dicono di me) e le responsabilità collegate e il tentativo di capire “in quale paradiso vogliamo vivere”, per condividere valori.

Di qui è nata una gemmazione di associazioni e iniziative, anche indipendenti dal gruppo iniziale, che hanno portato ad esempio al noto referendum sui pesticidi e a prese di posizione nette dell’Amministrazione Comunale in merito alla salute pubblica, anche in contrapposizione con quella Provinciale. Ora è nata la Cooperativa di Comunità (anche se manca un riconoscimento legale a questa forma), composta da circa 80 soci, non lavoratori, che hanno il proprio reddito da artigianato e turismo e in parte vengono anche da altre zone. La cooperativa per adesso ha pochi dipendenti legati alle diverse iniziative che ha avviato.

  • Mercati: a Malles con uno stand di piccoli coltivatori, e itinerante estivo
  • Distribuzione della produzione agricola km 0 presso alberghi e ristorazione locale
  • Orti biologici
  • Valle Bio Mazia
  • Valuta locale Redond

I problemi sono diversi:

  • Contrapposizione con una minoranza locale di agricoltori “tradizionali” che però è molto appoggiata a livello Provinciale
  • Tempi lunghi di avvio delle diverse iniziative, legati sia alla mancanza di risorse finanziarie che alla scarsità di risorse umane (i giovani che restano hanno lavoro e chi studia lo fa per andare via:  “emigrazione culturale”), che determinano più idee di quanto si riesca a realizzar
  • Problemi legali sia nel riconoscimento della cooperativa che per l’avvio della moneta locale
  • Continua ad essere indispensabile molto volontariato, funziona fino a quando ci si diverte a fare le cose insieme

Questo ha creato e vuole creare ulteriore sviluppo locale, cercando di appoggiare nuovi progetti e sostenere chi ha idee concrete, dare lavoro a giovani che possano realizzarsi in valle. Il tutto è “l’inizio di una economia che non si possa più cambiare”.

TAVOLO 5 – DES GRANO

Nella cornice della legge provinciale, ha giocato un ruolo fondamentale la sinergia dei tre attori:

  • le istituzioni
  • l’istituto San Michele
  • Trentino arcobaleno.

Le istituzioni nella fase iniziale hanno supportato il progetto, sia economicamente sia strategicamente, in quanto fungendo da mediatori nel dialogo con l’istituto San Michele all’Adige. L’istituto San Michele, è diventato a breve il promotore scientifico, nonché si è occupato del coinvolgimento degli agricoltori nel progetto. Trentino arcobaleno, una realtà già consolidata nel settore del consumo responsabile, ha inevitabilmente coinvolto i suoi utenti. In questa fase iniziale, la provincia ha investito per l’assunzione di una segreteria permanente, al fine di gestire al meglio il lavoro. Nella seconda fase dell’incontro, abbiamo affrontato le criticità insorte negli anni successivi all’avviamento del progetto:

La prima sfida si è materializzata al cambio della giunta, la quale non ha rinnovato il contributo iniziale: vista l’entità della somma investita l’istituto san Michele ha deciso di internalizzare il contributo. L’uscita dell’ente pubblico, per quanto indolore dal punto di vista economico, è stata invece percepita a livello della coesione del gruppo (ente pubblico come garante e mediatore). L’istituto San Michele si è occupato di redigere la pratica agronomica: vista l ‘impossibilità di certificare tutti gli agricoltori come biologici, si è scelto di adottare una certificazione “simil bio”. Questa scelta ha generato delle controversie all’interno del gruppo di lavoro, inoltre si è dovuto verificare che il protocollo appena approvato fosse rispettoso dalla normativa vigente.

In conclusione, l’associazione degli agricoltori, costituita per risolvere problematiche pratiche, si è allontanata dalla visione condivisa, generando l’abbandono dell’associazione da parte dei soci(costituzione di una associazione ex-novo).

Nella terza fase dell’incontro, ci siamo posti delle domande per quanto riguarda il futuro:

  • Può essere utile una specifica identità territoriale (riferimento all’esperienza della val Venosta?)
  • La costruzione di una filiera ad hoc per l’agricoltore(produzione/lavorazione), non rischia di generare una competizione interna?
  • La gestione degli ordini centralizzata può essere un vantaggio?
  • Uscita dell’ente pubblico è stata indolore?
  • Siamo un Des?