IL TURISMO RESPONSABILE | Intervista a MAURIZIO DAVOLIO ( Presidente dell’Associazione italiana turismo responsabile).

IL TURISMO RESPONSABILE | Intervista a MAURIZIO DAVOLIO ( Presidente dell’Associazione italiana turismo responsabile).
3 Agosto 2022 admin

 

Inizio con una domanda di attualità. Cosa ha significato la pandemia per il vostro settore?

Abbiamo vissuto in modo pesantissimo le vicende della pandemia, nel senso che non soltanto è stato colpito il turismo in modo drammatico, più che altri settori, ma nel nostro specifico le conseguenze sono state ancora maggiori. 

Ci sono una ventina di organizzatori di viaggio al nostro interno e lavoriamo soprattutto nei paesi del Sud del mondo, colpiti in modo drammatico e tuttora ben lontani dall’uscire da una situazione di emergenza gravissima; i nostri partner locali sono piccoli operatori, famiglie, cooperative, soggetti deboli che non hanno potuto contare né sui ristori (i ristori sono una pratica possibile solo nei paesi ricchi in cui lo Stato si fa carico dei mancati ricavi dei settori privati) né sul beneficio di quel turismo domestico che in Italia e in altri paesi europei ha tenuto un po’ in piedi l’industria turistica. In quei paesi il turismo domestico è scarsissimo. Anche adesso che sono stati autorizzati alcuni corridoi, questi riguardano le destinazioni turistiche convenzionali, tipo Seychelles, Mauritius, Aruba e Maldive, che non c’entrano niente con le nostre destinazioni e per di più sono caratterizzate dai resort. La nostra scelta strategica è quella di utilizzare sempre piccole strutture locali, gestite da famiglie o da cooperative, le quali sono ben lontane dal poter garantire quegli standard di sicurezza che offrono i resort. Per questo, quindi, nel dramma generale, noi viviamo anche un dramma specifico molto forte.

 

E il futuro prossimo non può che essere fosco, in un presente mondiale ancora sotto lo scacco del virus…

Certamente. Noi riteniamo che dopo aver perso il 2020 e il 2021, perderemo anche il 2022. Altri operatori hanno possibilità migliori, ma noi lavoriamo in paesi dove la vaccinazione ha raggiunto il 3-4% della popolazione. Capisci che chi va là sa che ci sono dei rischi forti, ammesso che venga accettato, perché ci sono molti governi del Sud del mondo che ancora non vogliono neanche sentir parlare di turisti. In quei paesi i sistemi sanitari sono molto più deboli del nostro, per cui il viaggiatore che risultasse positivo al tampone o peggio ancora contagiato in modo serio, andrebbe a finire in un ospedale dove gli standard sono bassi, dove non capisce la lingua, dove è solo. Tutto ciò è un deterrente micidiale.

Però va aggiunto che, dopo decenni che parliamo di sostenibilità, ora di colpo questo obiettivo diventa una linea guida per tutti, per l’Unione europea e per gli Stati membri. È un bene, un grande risultato che regala un po’ di fiducia per il futuro, purché si mantenga la barra in modo serio sulla sostenibilità, che non diventi un green washing, una scelta opportunistica per avere le autorizzazioni o i finanziamenti del mitico PNRR, tanto per intenderci. 

Quali sono oggi i principali problemi del turismo? 

Dal dopo guerra il turismo è sempre cresciuto in termini quantitativi, fino ad arrivare a quei livelli pre-pandemia per molti aspetti preoccupanti. Noi siamo molto impegnati sul tema dell’overtourism, cioè dell’eccesso di flussi turistici nello spazio e nel tempo in tante destinazioni italiane ed europee, e anche nel mondo; un problema che ritornerà, anzi sta già ritornando, perché ci sono già delle destinazioni che sono oggetto di overtourism. Questo problema deriva dal fatto che la domanda è cresciuta moltissimo, ci sono dei paesi che sono diventati più ricchi. Paesi come la Cina, l’India o l’Indonesia non emettevano turisti o ne emettevano pochissimi, mentre adesso ne emettono milioni, decine di milioni, in prospettiva centinaia di milioni di turisti. Ed è chiaro che i viaggiatori, soprattutto al primo viaggio nella loro vita in un determinato paese, vanno a vedere le città più famose, i luoghi più celebrati. Se un turista cinese arriva per la prima volta nella sua vita in Italia non va in località minori e poco conosciute. Va a Roma, Venezia, Firenze, in primis, e forse a Milano e Napoli. 

Oltre al sovraffollamento ci sono tantissime altre “patologie” legate al turismo, come gli attacchi all’integrità dei territori lungo le coste, la gestione o sottrazione dell’acqua, la prostituzione, anche minorile, che si diffonde nei vari paesi, il riciclaggio del denaro sporco, la droga. Il turismo viene percepito dall’esterno come un settore bello, piacevole e divertente. Ma spesso lo è solo per chi lo pratica. Dopo, c’è il resto. C’è la comunità locale. Sicuramente esiste una componente che ci guadagna, ma anche una parte di popolazione che ne soffre. E nel Sud del mondo i problemi sono aggravati perché c’è la miseria, che facilita le derive patologiche. 

Sono anni che denunciamo questi fenomeni. E lo facciamo non solo in modo critico o polemico, ma anche dimostrando con i nostri viaggi che un altro tipo di turismo è possibile. Un turismo che rispetta il territorio e la popolazione che ci abita, che si adegua agli stili di vita, alle credenze, alle abitudini della popolazione senza stravolgerle

Quali sono le strade per allargare il campo d’azione del turismo responsabile, per fare in modo che sempre più strutture e operatori cambino stile?

Comincio con il dire che noi abbiamo un’esperienza diversa da quelle di altri paesi europei, per quanto riguarda il turismo sostenibile e responsabile. Fin da quando siamo nati, nel 1998, abbiamo cercato il dialogo con l’industria turistica convenzionale, oltre che con le istituzioni pubbliche. In altri paesi non è così. Per fare un esempio, in Francia gli amici e colleghi di ATES (l’associazione francese omologa di AITR), non hanno fiducia nel dialogo con l’industria convenzionale, la ritengono irrecuperabile. Anzi, se qualcuno dà segnali di interesse per questi valori e buone pratiche, ritengono immediatamente che si tratti di mere operazioni di marketing, di opportunismo commerciale. Noi non la pensiamo così. Noi dialoghiamo con l’industria turistica. Tre giorni fa ero al TTG di Rimini, che è la più grande fiera del turismo in Italia assieme a BIT di Milano, e partecipando a un convegno della FIAVET (Federazione Italiana Associazioni Imprese di Viaggi e Turismo) ho notato che alcuni operatori sembrano voler intraprendere seriamente questa strada. Un po’ per ragioni etiche e un po’ per convenienza, forse, ma se le cose vengono fatte seriamente non c’è niente di male nel farle per convenienza. Il problema c’è quando si finge di essere diventati sostenibili. Dunque, ci sono degli operatori che vogliono intraprendere questo percorso, hanno chiesto informazioni, materiali. Qualcuno ogni tanto chiede l’adesione ad AITR, ma noi l’adesione non possiamo darla se non ci sono degli impegni chiari e precisi, se non si dimostra di avere già fatto qualcosa nella direzione corretta. Anche prima del Covid si manifestavano segnali di maggiore attenzione, e ora che si insiste così tanto sui temi della sostenibilità e che anche le risorse vanno in quella direzione, i segnali sono ancora più forti, tant’è che anche noi ci stiamo dando delle regole, delle griglie di criteri sulla base dei quali accettare o meno le adesioni, i patrocini e le sponsorizzazioni. Un grande operatore mi ha contattato di recente per chiedermi se avremmo potuto riconoscere una determinata linea di prodotto di turismo responsabile all’interno dei loro prodotti convenzionali. Qui bisognerà vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Però è giusto parlarne, per capire dove possiamo arrivare.

 

Esistono problemi specifici per quanto riguarda il settore del turismo in Italia?

È chiaro che in Italia i problemi e le “patologie” del turismo che citavo prima sono assai ridotti rispetto ai paesi del Sud del mondo, perché in Italia, in Europa direi, non c’è la prevaricazione del turista rispetto alla popolazione locale. Da noi la popolazione locale raramente stravolge la propria vita a favore del turismo e tanti fenomeni drammatici non esistono. 

Però i problemi non mancano. Riguardano in particolare l’abusivismo edilizio, un’illegalità diffusissima nel settore, il pizzo che molti albergatori pagano alle mafie. E ovviamente problemi enormi di congestionamento delle città e dei territori, perché le nostre in Italia sono quasi tutte località che sono diventate turistiche, ma che avevano un’origine diversa, medievale o rinascimentale o comunque di piccoli borghi dove il turismo ha un impatto devastante.

Chiaro che se una città viene costruita come Las Vegas, l’overtourism non esiste. Pensa che la città di Orlando, in Florida, riceve 70 milioni di turisti all’anno, più di Roma, Venezia e Firenze messe insieme. Eppure Orlando regge benissimo, perché in quella città si è realizzato un contesto urbano specifico di divertimenti per il turismo. Non ci sono problemi, anzi, più gente arriva meglio stanno tutti, si lavora e si guadagna di più. Ovvio che città come Siena, Firenze o Venezia, con il loro peculiare impianto storico e urbanistico, non possono reggere quei flussi.

Quali politiche andrebbero introdotte nei nostri territori per ridurre e contenere i risvolti più negativi del turismo?

Si può fare molto. La cosa fondamentale è che chi governa una città o un territorio non lasci il turismo alla sua spontaneità, ma cerchi di governarlo. Io nei mesi scorsi sono stato chiamato a far parte del gruppo di esperti che doveva valutare alcune città europee per il premio European Capital of Smart Tourism, città di oltre 100.000 abitanti, e mi sono fatto un’idea. Tutte le città turistiche in Europa si stanno ponendo il problema dell’overtourism, con politiche di contenimento che non arrivano al numero chiuso o ai divieti. Cosa fanno? Per prima cosa collocano gli eventi nelle stagioni d’ala anziché in quelle centrali. E in questo modo già si comincia a distribuire un po’ il flusso. Poi puntano molto sulle diversificazione dei luoghi, cercando di indirizzare i visitatori anche verso le periferie, che possono avere dei loro attrattori naturali (anche se magari meno dei centri storici) o dove si possono creare degli attrattori che derivano da scelte politiche (nuovi musei o gallerie, strutture sportive, ecc.). Poi c’è la promozione. Se una città va in overtourism in estate, l’attività promozionale va rivolta alle altre stagioni, scegliendo specifiche tipologie di turismo. Ad esempio la terza età, le persone che si sono ritirate dal lavoro hanno mezzi economici e tantissimo tempo libero, quindi si può puntare su quella fascia, che viaggia anche nelle stagioni basse, oppure su un certo turismo educativo e scolastico, tipicamente primaverile. Insomma, bisogna cercare di programmare più che si può. Basterà, non basterà? Si vedrà, e se non basterà si dovranno prendere provvedimenti più severi. Sono stati posti dei limiti, ad esempio, nelle affittanze delle case appartamenti, dialogando anche con Airbnb, accordi per cercare di ridurne l’offerta, vincoli e limiti per intraprendere questa attività, vigilanza dal punto di vista fiscale. In estrema sintesi, la municipalità deve prendere in mano la situazione e compiere degli atti concreti. Noi come AITR abbiamo una proposta che qualche città comincia ad applicare. Riguarda l’imposta di soggiorno, che sembrerebbe un problema tecnico, ma che invece è di sostanza. Noi diciamo che il gettito che proviene dall’imposta deve essere utilizzato per azioni che vadano a vantaggio sia della popolazione locale che dei turisti. Azioni sul verde pubblico, l’arredo urbano, gli impianti sportivi, il superamento delle barriere architettoniche, gli eventi culturali, gestione del traffico e parcheggi, le ciclovie…  devono andare a vantaggio di tutti. In questo modo la popolazione non interessata direttamente dal turismo, e che quindi può avere un atteggiamento  ostile, supera un po’ l’ostilità perché vede un vantaggio anche per sé e la propria qualità della vita. Se una parte degli introiti del turismo andasse a vantaggio di tutti, il cosiddetto overtourism diventerebbe più sopportabile.